mercoledì 25 dicembre 2013

Il papa nel mirino della mafia

Boss della criminalità organizzata, infastitidi dalle riforme di papa Francesco per combattere la corruzione nella Banca Vaticana, progettano di attaccare il pontefice
Mentre la maggioranza dei cattolici applaude alle riforme di papa Francesco che, in nove mesi di pontificato, gode di una popolarità e un’approvazione raramente viste tra i suoi predecessori, piccoli e potenti gruppi mostrano antipatia verso questi stessi cambiamenti. Uno di questi è la mafia.
“I boss, cui potere e ricchezza provengono dai legami con la Chiesa, sono sempre più nervosi” dice Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della direzione antimafia del Tribunale di Reggio Calabria e autore di cinque libri sul tema, l’ultimo dei quali uscito ad ottobre col titolo “Acqua santissima” (Mondadori, 2013). “Francesco sta smontando centri di potere economico in Vaticano, e se i mafiosi dovessero avere in futuro la possibilità di fargli lo sgambetto, non esiteranno”.
Da quando è assunto al trono di Pietro, il 13 marzo, papa Francesco ha imposto regole più rigide alla gestione dell’Istituto per le Opere Religiose (IOR), la cosiddetta Banca Vaticana. Dopo aver obbligato l’istituto bancario a rispettare le leggi che reggono il funzionamento di qualsiasi istituzione finanziaria internazionale simile, ha messo in piedi un’équipe per accompagnarne giorno e notte il funzionamento, ha commissionato il primo rapporto sul riciclaggio di denaro sporco nella storia dell’istituto e, la settimana scorsa, ha annunciato che monsignore Alfred Xuereb, suo segretario personale, supervisionerà tutti i lavori dello IOR, riferendone direttamente a lui. A tutt’oggi non viene scartata la possibilità di sopprimere la Banca Vaticana, poiché non svolge più la funzione stabilita nel suo statuto.
L’odio dei mafiosi per Francesco viene dall’impeto del gesuita nel riformare un’istituzione nella quale hanno interessi personali e che esplicita bene l’idea di “centro di potere economico”. Creata negli anni 60 con l’intento di semplificare il passaggio di beni e valori tra le organizzazioni cattoliche sparse nel mondo, la Banca Vaticana ha operato ai margini delle regole imposte a praticamente tutti gli istituti simili poiché, per principio, le transazioni avrebbero dovuto essere poche e specifiche.
Ma col tempo la fragilità normativa cominciò ad attrarre opportunisti che, corrompendo i religiosi, iniziarono ad usare la struttura della banca e la protezione religiosa per il riciclaggio. Ed essendo l’Italia la culla della mafia, intesa come grande impresa criminale, non ci volle molto affinché i mafiosi si accorgessero dell’opportunità che avevano. Fu negli anni ‘80 che la promiscuità di relazioni tra religiosi e mafiosi all’interno dello IOR raggiunse il suo apice.  L’esempio dell’arcivescovo Paul Marcinkus (1927-2006) è lapidario.
In qualità di presidente della Banca Vaticana tra il 1971 e il 1989, Marcinkus, chiamato spesso “il banchiere di Dio”, venne coinvolto in molti dei grandi scandali finanziari e criminali italiani di quell’epoca. Il più grande fu nel 1982 il fallimento del Banco Ambrosiano, la seconda banca privata più grande d’Italia. All’epoca la Banca Vaticana era la maggiore azionista dell’Ambrosiano, in seguito alla cui bancarotta finì al centro di indagini giudiziarie. Venne a galla un vero e proprio sistema di corruzione installato nell’istituzione pontificia che comprendeva riciclaggio di denaro mafioso, trasferimento illecito di beni e appropriazione indebita. L’intreccio si complicò ancora di più con la morte del presidente dell’Ambrosiano Roberto Calvi, trovato impiccato nel 1982 sotto il ponte dei Frati Neri, nel centro di Londra. Seppur inconclusa, l’indagine sull’omicidio di Calvi indicò il coinvolgimento della mafia italiana che avrebbe perso molto denaro con il fallimento dell’istituto, partner del sistema criminale nel riciclaggio.
Nonostante gli scandali più scabrosi che coinvolgevano la Banca Vaticana e i mafiosi risalgano agli anni ‘80, negli anni ‘90 e 2000 i rapporti tra la Chiesa e la mafia non sembrarono raffreddarsi. Fino a tutto il 2012, per esempio, organismi governativi italiani avanzavano gravi accuse di riciclaggio di denaro sporco, le operazioni tipiche dei mafiosi. Nel 2010 le autorità bloccarono per mesi 23 milioni di euro sospetti provenienti dall’istituto. “Il mafioso che ricicla denaro sporco e in questo modo esercita il suo potere, è quello gode dalla connivenza con la Chiesa”, sostiene il procuratore Gratteri. “Sono queste persone ad agitarsi (a causa delle imminenti riforme proposte da Francesco)”, dice il procuratore, che tuttavia non è a conoscenza di un piano concreto che metta a rischio l’incolumità del pontefice, ma è convinto che la mafia stia già pensando a questa possibilità.
Si stima che le transazioni che coinvolgono il denaro sporco della mafia sfiorino i 100 miliardi di euro all’anno. È evidente che solo una frazione di questa fortuna potrebbe essere riciclata dalla Banca Vaticana, ma una misura chiara di Francesco per eliminare definitivamente questa possibilità avrebbe effetti simbolici giganteschi. Sarebbe la fine di una relazione ottusa e incoerente che da decenni alimenta l’immagine di una Chiesa che predica una purezza morale che lei stessa non persegue. E Francesco, nella sua crociata contro l’ipocrisia, appare disposto a mettere la parola fine.
La mafia ha non poche ragioni per sentirsi minacciata dal papa. Inoltre, trattandosi di un’organizzazione criminale che ha lunga esperienza in minacce e omicidi di religiosi (vedi riquadro), ci si puo’ aspettare qualsiasi tipo di reazione. Gratteri prudentemente crede che sia difficile che i boss diano l’ordine di uccidere il papa. E anche se l’ordine dovesse arrivare, il pontefice è sempre ben protetto da un seguito di guardie del corpo preparate. Ed è un bene che sia così. Alla fine, col suo modo di fare indipendente e determinato, il latinoamericano non mostra segni di cedimento sulle riforme che ha annunciato in questo primo anno di pontificato. In base a quanto visto finora, saranno ancora molti gli interessi che verranno combattuti.

Riquadro 1: Contro la pedofilia

Il Vaticano annuncia la creazione di un gruppo che lavorerà per frenare l’abuso sessuale sui bambini da parte di religiosi
Il Vaticano ha annunciato giovedi’ 5 dicembre la creazione di un nuovo organo chiamato “Commissione per la protezione dei minori”. Il gruppo sarà formato da religiosi e laici di tutto il mondo avrà come obiettivi iniziali, tra l’altro, quello di suo informare il papa sullo stato delle vittime di abusi commessi da religiosi, di assicurare loro appoggio psicologico e di accertarsi che gli accusati vengano denunciati alle autorità civili. La creazione della commissione è il primo contributo del gruppo degli otto cardinali creato da papa Francesco ad aprile, con l’obiettivo di stilare un resoconto dei problemi della Chiesa e proporre soluzioni. Altri dettagli  sulla commissione saranno discussi nella prossima riunione del gruppo che avrà luogo tra il 17 e il 19 febbraio.

Riquadro 2: Perseguitati dalla mafia

Nemmeno i religiosi sfuggono alla violenza di queste potenti organizzazioni criminali.
Don Giuseppe Diana: ucciso
Denunciava l’estorsione, il traffico di droga e la corruzione della Camorra, un potente gruppo mafioso, a Casal di Principe, in provincia di Caserta. All’apice della sua campagna smise di somministrare i sacramenti ai mafiosi. Percio’ venne ucciso nel 1994. Diana fu omaggiato nel libro “Gomorra” di Roberto Saviano, divenuto un film nel 2008 e selezionato per la Palma d’Oro al festival di Cannes.
Don Pino Puglisi: ucciso
Parroco di Brancaccio, a Palermo, don Pino Puglisi venne ucciso nel 1993, il giorno del suo 56esimo compleanno, per essersi opposto alla mafia locale. Puglisi si rifiutò di assumere affiliati alla mafia per ristrutturare la chiesa, spingeva la popolazione a collaborare con le forze dell’ordine e non accettò mai donazioni da parte dell’organizzazione mafiosa. Il suo assassino, una volta arrestato, ha ammesso di aver ricevuto l’ordine dalla mafia. Nel 2013 don Puglisi è stata beatificato come martire per il suo coraggio e spirito di sacrificio.
Don Ennio Stamile: minacciato
Nato a Cosenza, in Calabria, don Ennio Stamile è diventato famoso per aver criticato il la mafia locale, la ‘Ndrangheta. Come conseguenza gli hanno bruciato al macchina, e nel 2012 ha incontrato una testa di porco sull’uscio di casa. Nella tradizione della mafia calabrese, significa che il prete deve starsene zitto. Don Ennio va avanti.
(pubblicato il 6 dicembre 2013)

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