mercoledì 4 febbraio 2015

La storia controversa dei Mattarella (fonte Opinione)

L’ex direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin, sembra non avere dubbi sulla candidatura di Sergio Mattarella al Quirinale e scrive sul proprio profilo Facebook: “Un Mattarella al Quirinale sarebbe il trionfo dell'antimafia, dei pataccari e dei mafiosi”. La data è quella dello svelamento delle carte da parte del Premier Matteo Renzi: il 28 gennaio. Parole dure. Che fanno pensare.
Lo stesso giorno, nella propria rubrica su “Il Foglio”, sempre Bordin conclude così la propria “bocciatura” relativa a quel nome: “Almeno si sappia che incolpevolmente rappresenta questa storia familiare e politica. Molto più tragica e grave di un carrello dell’Ikea o di un processo per truffa”. Con chiara allusione alle antipatie e alle controindicazioni del candidato donna del Pd, Anna Finocchiaro. E ai problemi del di lei consorte. Per Bordin insomma, pare di capire che, nella storia dei Mattarella, la mafia e l’antimafia, quella dei professionisti di sciasciana memoria, si intrecciano inesorabilmente. E portare questa storia al Quirinale potrebbe non essere il massimo della vita. Per chi si chiedesse come mai tanta ostilità di Bordin, radicale sincero, basterebbe andarsi a rileggere le cronache siciliane degli ultimi cinquant’anni così come raccontate dai quotidiani, dalle sentenze e dalle varie commissioni antimafia che si sono succedute.
Bernardo Mattarella (nella foto), il patriarca della famiglia che fece parte dell’Assemblea costituente, fu sempre, forse a torto, sospettato di collusioni con la vecchia mafia patriarcale che aveva anche aiutato gli americani nello sbarco in Sicilia. Avversario del banditismo separatista dell’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia (Evis) e segnatamente del bandito Salvatore Giuliano, Mattarella fu accusato in aula al processo di Viterbo da Gaspare Pisciotta (quello che vendette Giuliano allo Stato su input della mafia che voleva continuare i propri traffici dell’epoca, tra cui quello embrionale di eroina sulla rotta Messico Stati Uniti) di essere stato uno dei mandanti della strage di Portella delle Ginestra (1 maggio 1947). Il movente era semplice: fare ricadere l’odio sul bandito e spezzare l’omertà che fino a quel momento lo aveva sempre preservato dalla caccia che gli dava lo stato italiano. La mafia si sarebbe comprata i due luogotenenti di Giuliano che quel giorno avevano avuto l’ordine di sparare al comizio sindacale per aria e che invece mirarono sui contadini. Undici morti e la nascita del primo mistero d’Italia.
Pisciotta non venne creduto e nella sentenza di Viterbo si parlò di depistaggio. All’epoca i traditori e i pentiti non avevano la fortuna giudiziaria dei giorni nostri. In seguito, nel 1965, fu il poeta e sociologo comunista Danilo Dolci ad accusare di mafiosità il padre di Sergio e Piersanti Mattarella. Ma in tribunale non riuscì a provare le accuse e si salvò solo con l’amnistia da una condanna a due anni di galera. Piersanti Mattarella, invece, dopo una lunga permanenza come assessore e poi come presidente alla famigerata Assemblea regionale siciliana (Ars), dalla mafia o da chi per lei venne spietatamente assassinato all’alba del giorno dell'Epifania del 1980.
A tal proposito, ecco un lungo servizio del vecchio Marrazzo, Joe non Piero, su tutta la vicenda, con un’inedita intervista a Joe Valachi.
Si era messo contro Vito Ciancimino e aveva denunciato le ruberie dell’assessorato all’agricoltura. Inoltre voleva cambiare verso alla Dc siciliana e andava a braccetto con Pio La Torre che di lì a un anno e mezzo sarebbe stato anche lui assassinato dai corleonesi. Buscetta al maxiprocesso e prima ancora al giudice Giovanni Falcone disse che i boss perdenti della guerra di mafia, Totò Inzerillo e Stefano Bontade, dovettero subire la volontà della Cupola in mano ormai ai corleonesi. Ma che, fosse stato per loro, mai avrebbero voluto uccidere il figlio di Bernardo Mattarella.
Che le voci di quelli che fanno del sospetto l’anticamera della verità davano come vicino a sua volta al boss di Alcamo, Vincenzo Rimi. Anche lui esponente di quella mafia palermitana che poi, nei mesi successivi all’omicidio di Piersanti Mattarella, subì la ferocia di Riina e Provenzano. Che poi eliminarono negli anni seguenti nella più spietata delle guerre di mafia che Palermo abbia mai visto in un secolo di onorata società quasi tutti i suoi membri. Sergio Mattarella, invece, prima e dopo la tragedia che vide per sfortunata vittima il fratello, di mafia si occupò pochino sul campo pratico salvo sponsorizzare la candidatura di Leoluca Orlando Cascio (altro figlio di sospetto quanto storico mafioso) a sindaco di Palermo in quota alla corrente della Dc anti-andreottiana e anti-Ciancimino e Lima.
Erano gli anni della famosa “primavera di Palermo” e della polemica sui professionisti dell’anti mafia instaurata da Leonardo Sciascia non tanto sui giudici Falcone e Borsellino, come oggi la vulgata racconta, quanto sui presenzialisti da talk-show dell’epoca. Tra cui lo stesso Orlando. Che con le proprie parole di accusa a “Tempo Reale” determinò anche il suicidio del maresciallo Lombardo, quello che si era recato in America a interrogare Tano Badalamenti. Badalamenti che diceva di voler consegnare agli inquirenti informazioni importanti (forse anche in grado di ribaltare la tesi di Tommaso Buscetta riguardo all'omicidio Pecorelli), e che aveva conosciuto Lombardo in due precedenti incontri negli Usa, stabilì, come condizione al suo rientro in Italia per testimoniare, che venisse a prenderlo proprio il maresciallo.
Pur facendo notare la pericolosità dell'operazione, Lombardo infine accettò di organizzarla e fissò la propria partenza per il 26 febbraio 1995. Tuttavia, tre giorni prima di questa data, Lombardo ricevette un duro colpo su un fronte inaspettato: nella trasmissione “Tempo Reale”, condotta da Michele Santoro, i due ospiti Leoluca Orlando e Manlio Mele, sindaci rispettivamente di Palermo e Terrasini, mossero accuse pesanti verso di lui, pur senza nominarlo mai esplicitamente (ma riferendosi all’“ex capo della stazione di Terrasini”). A Luigi Federici, allora comandante generale dell'Arma, che telefonò alla Rai in difesa di Lombardo, non fu concesso di intervenire. Tutte cose che oggi nessuno ricorda più né vuole ricordare. Ecco perché un giornalista equilibrato, non certo un grillino, come Bordin può senza tema di smentite usare quei toni così insolitamente duri per lui rispetto alla candidatura di Sergio Mattarella al Quirinale.
In un Paese dilaniato da processi come quello sulla “trattativa Stato-mafia”, in cui l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano è stato di fatto costretto a testimoniare (dopo che le sue telefonate con l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, erano state intercettate dai pm di Palermo sia pure “per sbaglio”) un nome come quello di Mattarella appare per una volta non tanto “divisivo”, quanto piuttosto troppo “unificante”. Almeno rispetto ai due rovesci della medaglia costituti dalla “mafia” e dall’antimafia dei cosiddetti “professionisti”. Come simbolo effettivamente non è il massimo della vita per i futuri libri di storia.

Il Fatto

 
Le colpe dei fratelli non ricadono sui presidenti della Repubblica però è giusto conoscere a fondo la storia delle famiglie di provenienza quando si parla di capi di Stato. Sia nella luce, come nel caso del fratello Piersanti, nato nel 1935 e ucciso nel 1980 dalla mafia, sia nell’ombra, come nel caso di Antonino, nato nel 1937, terzo dopo Caterina (del 1934) e prima del piccolo Sergio, classe 1941. Antonino Mattarella ha fatto affari con quello che è da molti chiamato “Il cassiere della Banda della Magliana” anche se quella definizione è imprecisa e sta stretta a don Enrico Nicoletti, una realtà criminale, come dimostra la sua condanna definitiva perassociazione a delinquere a 3 anni e quella per usura a sei anni, autonoma e soprattutto di livello più alto. Enrico Nicoletti era in grado di parlare con Giulio Andreotti, faceva affari enormi come la costruzione dell’università di Tor Vergata, si vantava di conoscere Aldo Moro, ha pagato parte del riscatto del sequestro dell’assessore campano dc Ciro Cirillo. Ora si scopre che ha prestato, 23 anni fa, 750 milioni di vecchie lire al fratello del presidente della Repubblica. Il Tribunale di Roma nel provvedimento con il quale applica la misura di prevenzione del sequestro del patrimonio di Nicoletti nel 1995 si occupa dei rapporti tra Nicoletti e l’avvocato Antonino Mattarella, cancellato dall’ordine professionale per i suoi traffici, secondo alcune pubblicazioni che risalgono a dieci anni fa (anche se nella lettera pubblicata qui sotto il fratello del capo dello Stato sostiene che la “cancellazione” è avvenuta in pendenza di una sua esplicita richiesta). Nell’ordinanza scritta dal giudice estensore Guglielmo Muntoni, presidenteFranco Testa, si descrive la storia di un palazzo in zona Prenestina comprato da Nicoletti, tramite una società nella quale non figurava, grazie anche alla transazione firmata con il curatore di un fallimento di un costruttore, Antonio Stirpe.
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L’affare puzza, secondo i giudici, perché il curatore, Antonino Mattarella era indebitato con lo stesso Nicoletti. Il palazzo si trova in via Argentina Altobelli in zona Prenestina e ora è statoconfiscatodefinitivamente dallo Stato. “Davvero allarmanti sono le vicende attraverso le quali il Nicoletti ha acquistato l’immobile in questione – scrivono i giudici – Nicoletti infatti ha rilevato l’immobile dalla società in pre-fallimento (fallimento dichiarato il 20 luglio 1984) dello Stirpe con atto 9 gennaio 1984; è riuscito ad evitare una azione revocatoria versando una cifra modestissima, lire 150 milioni, rispetto al valore del bene, al fallimento. La transazione risulta essere stata effettuata tramite il curatore del fallimento Mattarella Antonino, legato al Nicoletti per gli enormi debiti contratti col proposto (dalla documentazione rinvenuta dalla Guardia di finanza di Velletri emerge che il Nicoletti disponeva di titoli emessi dal Mattarella, spesso per centinaia di milioni ciascuno)”.
La legge fallimentare cerca di evitare che i creditori di un imprenditore restino a bocca asciutta. Il curatore dovrebbe evitare che, prima della dichiarazione di fallimento, i beni prendano il volo a prezzo basso. Per questo esistono contro i furbi le cosiddette azioni revocatorie che riportano i beni portati via con questo trucco nel patrimonio del fallimento. Il curatore dovrebbe vigilare e invece, secondo i giudici, l’avvocato Antonino Mattarella aveva fatto unaccordo con Nicoletti e il palazzo era finito nella società di don Enrico. Per questo le carte erano state spedite in Procura ma, prosegue l’ordinanza del sequestro, “una volta che gli atti furono trasmessi dal Tribunale Civile alla Procura della Repubblica per il delitto di bancarotta si rileva che le indagini vennero affidate al Maresciallo P. che risulta tra i soggetti ai quali Nicoletti inviava generosi pacchi natalizi”.
Non era l’unica operazione realizzata dalla società riferibile a Nicoletti e poi sequestrata, la Cofim, con Antonino Mattarella. “In data 23 aprile 1992 risulta il cambio a pronta cassa dell’assegno bancario di lire 200 milioni non trasferibile, tratto sulla Banca del Fucino all’ordine di Mario Chiappini”, che è l’uomo di fiducia di Nicoletti per l’attività di usura. “In data 28 aprile viene versato sul predetto c/c altro assegno di lire 200 milioni sulla Banca del Fucino, tratto questa volta all’odine della Cofim dallo stesso correntista del primo assegno: questo viene richiamato dalla società, a firma dell’Amministratore sig. Enrico Nicoletti. In data 30 aprile 1992 la Banca del Fucino comunica l’avvio al protesto del secondo assegno). ”L’assegno citato – concludono i giudici di Roma – risulta essere stato emesso dal Prof. Antonino Mattarella”.
I giudici riportano le conclusioni del rapporto degli ispettori della Cassa di Risparmio di Rieti, Cariri. “A tal proposito – scrive il Tribunale – viene esemplificativamente indicato il richiamo di un assegno di 550 milioni emesso sempre dal Prof. Mattarella. Si riporta qui di seguito per estratto quanto esposto dall’ispettorato Cariri: ‘In data 15 maggio 1992 (mentre era in corso la presente ispezione), è stato effettuato dalla Succursale il richiamo di un assegno di Lire 550 milioni, tratto sulla Banca del Fucino da Mattarella Antonio, versato in data 4 maggio sul c/c 12554 della Cofim (società riferibile a Nicoletti e poi sequestrata, ndr). Il richiamo è avvenuto previo versamento sul c/c della Cofim di altro assegno di pari importo tratto dallo stesso Mattarella, essendo il primo insoluto’. La Banca del Fucino ha regolarmente informato la nostra Succursale (il giorno 21 o 22) che anche il secondo assegno, regolato nella stanza di compensazione del 18 maggio, era stato avviato al protesto. (…).
L’assegno di 550.000.000 lire è tornato protestato il 4 giugno e, al termine dell’ispezione, è ancora sospeso in cassa per mancanza della necessaria disponibilità per il riaddebito sul conto della Cofim”. I rapporti tra Nicoletti e Antonino Mattarella risalivano ad almeno 3 anni prima. I giudici riportano un episodio: il 17 luglio del 1989 Nicoletti telefona al suo uomo di fiducia Mario Chiappinimentre sta nell’ufficio di un tal Di Pietro della Cariri. Chiappini prende il telefono e dice al suo boss “che aveva prelevato e fatto il versamento e che era tutto a posto. Doveva sentire solo Mattarella con il quale aveva un appuntamento”.
da Il Fatto Quotidiano del 30 gennaio 2015
modificato dalla redazione web l’1 febbraio 2015
RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
“Presi quei soldi da Nicoletti, ma vi spiego come andò…”
Caro direttore, leggo l’articolo pubblicato in prima pagina (edizione del Fatto Quotidiano di venerdì 30 gennaio) e scrivo per rettificarne i contenuti e chiedo la completa pubblicazione ai sensi della legge sulla stampa. A prescindere dalla circostanza che mai sono stato “radiato” dall’Albo degli Avvocati dato che si è trattata di una “cancellazione”, tra l’altro in pendenza di una mia esplicita richiesta al riguardo in quanto passato a “tempo pieno” all’insegnamento universitario, vorrete prendere nota di quanto segue: mai sono stato in affari con il Nicoletti. Ciò premesso. I movimenti di assegni segnalati nell’articolo (e altri) avevano origine da operazioni di prestiti a tasso “particolarmente elevato” ricevuti dal Nicoletti, noto operatore del settore (peraltro presentatomi, a suo tempo, da persona al di sopra di ogni immaginabile sospetto: un cancelliere del Tribunale di Roma), in ragione di difficoltà finanziarie nelle quali ero venuto a trovarmi per alcune operazioni immobiliari avviate in società con terze persone, per le quali avevo prestato garanzie personali, a cui ho dovuto far fronte in prima persona, con i proventi della mia attività professionale. Tutti i miei titoli rilasciati al Nicoletti per le operazioni di “prestito” sono stati da me pagati e, comunque, dette operazioni sono tutte successive alle vicende del fallimento Stirpe. Quanto all’immobile cui si fa riferimento, la ricostruzione dei fatti è totalmente errata.
Quando è stato dichiarato il fallimento Stirpe, l’immobile in questione era già nel patrimonio del Nicoletti in quanto lo stesso aveva ottenuto il trasferimento di proprietà prima della dichiarazione di fallimento in compensazione di crediti vantati con il debitore poi fallito. Dopo avere esaminato la documentazione, nella mia qualità di curatore fallimentare, ho ritenuto opportuno proporre il giudizio per l’azione revocatoria, l’esito del quale è stato favorevole al fallimento per cui il bene ritornava nella massa attiva. La difesa del Nicoletti (assistito da professionista di chiara fama) ha proposto appello avverso la decisione di primo grado. Nelle more è stata avanzata una proposta transattiva che prevedeva la rinuncia da parte del fallimento alla sentenza favorevole contro versamento della somma di 150.000.000 di lire, ferma restando la cancellazione dei debiti pregressi dello Stirpe a suo tempo compensati con il trasferimento del bene. La proposta transattiva è stata sottoposta al comitato dei creditori che ha espresso parere favorevole ed è stata approvata dal giudice delegato cui spettava la decisione (e non al curatore).
Quindi il prezzo pagato dal Nicoletti per l’immobile non è stato di 150 milioni, come riportato nell’articolo, ma a questa somma va aggiunto quanto compensato con la precedente operazione di acquisizione del bene prima del fallimento come si potrà accertare dalla documentazione relativa al fallito. Nelle more delle appena citate procedure per la formalizzazione della transazione, il giudizio di appello è andato avanti e rimesso al Collegio per la sentenza. Completate le formalità di approvazione dell’accordo transattivo, il Nicoletti ha versato l’importo concordato. Subito dopo è stata depositata la sentenza d’appello che, in accoglimento del ricorso del Nicoletti, ha rigettato la domanda in revocatoria proposta dalla curatela e accolta in primo grado! In conclusione, se non fosse intervenuta e definita la transazione con l’incasso di quanto concordato, il bene immobile, in seguito alla decisione dell’appello, sarebbe rimasto nella piena proprietà del Nicoletti senza l’esborso ulteriore di 150 milioni ottenuto con la transazione. Posso affermare che sono stato l’unico curatore fallimentare (o uno dei pochi) a proporre una azione revocatoria nei confronti del Nicoletti (nonostante i consigli contrari) e di aver definito con vantaggio per la curatela una vicenda nata da prestiti usurari risolti con acquisizione di un bene (prima del fallimento).
Antonino Mattarella 
La ricostruzione dei fatti è del Tribunale di Roma nell’ordinanza di sequestro dei beni di Enrico Nicoletti. (M.L.)

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